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IL SISTEMA CARITATIVO DELLE OPERE PIE A MANFREDONIA DALLE ORIGINI AL SETTECENTO.

Lorenzo Pellegrino *

L’insegnamento del Cristianesimo fa sì che i poveri bisognosi diventino fratelli da assistere e curare per alleviarne le sofferenze. Nelle chiese trovano ricovero malati, feriti, vecchi, ma anche viaggiatori e pellegrini. Dopo la caduta dell’impero romano, nell’Italia e nell’Occidente percorsi da invasioni e guerre, la Chiesa romana diventa forza organizzatrice non solo spirituale e morale ma anche temporale.
I primi luoghi di cura per infermi poveri nel territorio di Manfredonia sono l’ospedale San Lazzaro che risale ad epoca federiciana e, sulla via al santuario micaelico, l’Abbazia di San Leonardo di Siponto con l’annesso ospedale. Nella seconda metà del Cinquecento sono avviati il sacro Monte di Pietà, i Monti familiari del Macco e Vischi, le confraternite della orazione e morte, del Santissimo, della Croce e di Santa Lucia di breve durata.
Si realizza un sistema caritativo che si amplia nella seconda metà del Seicento con il Monte Frumentario, l’orfanotrofio femminile, le confraternite della Stella e del Carmine, costituendo un elemento essenziale della vita comunitaria, con un evidente impatto sui più deboli e bisognosi, sugli ultimi. I poveri indigenti possono ricorrere al Monte di Pietà, il contadino impossibilitato a fare la semina al Monte Frumentario senza essere coinvolto in prestiti ad usura, la ragazza orfana all’orfanotrofio, il malato residente e non e tutti i bisognosi di cure all’ospedale. Molti, che non hanno una cappella in una chiesa, si assicurano un funerale, la sepoltura e le messe per la pace dell’anima.
Sono questi bisogni totalmente disattesi dallo stato, che privilegia altri interessi economici e politici ritenuti più importanti, in periodi di difficili e tragiche situazioni di gran parte della popolazione per troppo tempo sfruttata e oppressa da una serie interminabile di padroni che si alternano tra di loro. A Manfredonia nel 1765 del totale di 8.490 ducati spesi soltanto 40, pari allo 0,47%, sono per “accomodo e spurgo delle pubbliche cisterne e loro condotti”. Nessun impegno né sull’igiene pubblica che tiene la città in pessime condizioni, né su tutto ciò che riguarda i cittadini poveri costretti a vivere in un contesto a sé stante, senza alcun rapporto con le istituzioni pubbliche.
Due mondi e due storie, quella dei nobili e dei benestanti e quella dei poveri, per tanti secoli scorrono su binari distinti e separati e, talvolta, riescono a convergere soltanto sulla spinta di iniziative di carità.
Il patrimonio delle Opere Pie, presupposto indispensabile per il loro avvio e successivo funzionamento, è costituito da donazioni fatte da cittadini ancora in vita o con testamento. Ciò avviene certamente per una motivazione forte di carità, ma anche o spesso per il desiderio di procurarsi la salvezza dell’anima nel timore di una condanna eterna evitata tramite l’aiuto ai poveri. I lasciti sono diversi, soprattutto beni fondiari, case in città e denaro.
In questo contesto sia di mancanza di partecipazione alla vita pubblica, sia di carenza del senso di appartenenza ad una comunità cittadina, le Opere Pie svolgono un’azione vicariante di educazione civica e di aggregazione sociale. In particolare, nelle confraternite nell’ambito di una organizzazione gerarchica regolamentata in ogni aspetto, i confratelli, appartenenti alle classi più umili, ma anche borghesi e nobili, sono educati al rispetto reciproco e delle norme di convivenza democratica, alla responsabilità personale all’interno di una piccola comunità. In una società divisa in classi con interessi divergenti e priva di qualsiasi forma di associazionismo, l’operaio, l’artigiano, il massaro, il pescatore, il bottegaio, operano con pari dignità, diritti e doveri, con professionisti, funzionari, signori con il comune intento di procurarsi indulgenze ed aiutare i cittadini più bisognosi con le donazioni dei più ricchi ed il tempo libero dei meno abbienti. Per le donne, totalmente emarginate nella società o relegate a svolgere un lavoro nei campi nelle piccole aziende o qualche attività artigianale a domicilio, è previsto negli statuti settecenteschi un ruolo, anche se subordinato a quello dei mariti membri della confraternita secondo il principio della “unio carnis”.
Pur essendo la grande maggioranza del popolo esclusa dalle pratiche liturgiche della Chiesa, i confratelli vengono coinvolti in quelle più semplici e popolari. A chi non è in grado di comprendere la liturgia delle ore viene indicato il rosario, detto anche “il breviario dei poveri”. A chi non partecipa abbastanza alla celebrazione della Passione del Signore viene indicata la Via Crucis e le rappresentazioni sacre. Le stesse processioni esprimono in modo più semplice ed accessibile la solenne liturgia della vita del cristiano come pellegrinaggio con un inizio ed una meta da raggiungere, una via da percorrere come indicato negli Atti degli Apostoli. Pertanto anche in ambito strettamente religioso le confraternite educano i cittadini alla partecipazione responsabile e collegiale. Tutto ciò in un contesto non generico ed anonimo ma di una appartenenza ed identità ben precisa, come documentano gli abiti di volta in volta indossati che caratterizzano le confraternite, delle quali la stessa nascita è espressione del diritto di associarsi.
Il ruolo svolto dalle confraternite non è differente da quello riconosciuto ai pellegrinaggi per quanto riguarda sia l’organizzazione che i riti religiosi. Ogni componente del gruppo di devoti che si dirigono al santuario micaelico conosce quello che deve fare nell’ambito di schemi prestabiliti e rispetta la gerarchia, dall’organizzatore capo-compagnia o priore, al capo-segretario, al crocifero, ai portatori di lampioncini e di campanelli. Nei giorni di cammino trascorsi insieme si crea un vincolo di comunità basato su valori e obiettivi condivisi, rinforzato da difficoltà e disagi da superare, dalle preghiere e pratiche di culto. Questo sistema caritativo, pur tra difficoltà che non mancano negli ultimi decenni del Seicento e nel Settecento, persiste e fa sentire i suoi benefici effetti anche nei secoli successivi, modificandosi, spesso con crisi o evolvendo in meglio con nuove istituzioni, sempre in conseguenza di diversi fattori come le variate condizioni socio-economiche e dello stesso concetto di povero, nonché di regole e leggi di volta in volta emanate.

* Pubblicato su “Voci e Volti”, anno II, n. 5, 2012, p. 13.

Notizie sulle Opere Pie di Manfredonia si possono trarre da pubblicazioni di Lorenzo Pellegrino, di seguito riportate, che trattano di aspetti legislativi, amministrativi e di vita quotidiana.
1. L. Pellegrino, Le Opere Pie di Manfredonia del Seicento e del Settecento. Confraternite, monti, ospedale, orfanotrofio, in P. Caratù, L. Pellegrino. T. Prencipe (a cura di), Manfredonia nel Seicento e nel Settecento, Manfredonia, 2011, pp. 25-58. 2. ID., La sanità e i poveri a Manfredonia. Dalla beneficenza all’assistenza pubblica, in F. Mercurio (a cura di), Storia di Manfredonia, Volume III. I. L’età contemporanea, Bari, 2010, pp. 225-236. 3. ID., L’ospedale di San Leonardo di Siponto tra pellegrinaggio e transumanza, in H. Houben (a cura di), San Leonardo di Siponto. Cella monastica, canonica, domus Theutonicorum, Atti del Convegno internazionale, Manfredonia, 18-19 marzo 2005, Galatina, 2006, pp. 301-318. 4. ID., L’attività ospedaliera delle confraternite. Canosa e la Daunia, in L. Bertoldi Lenoci (a cura di), Canosa: Ricerche storiche 2007. Atti del Convegno di studi del 16-17-18 febbraio 2007, Martina Franca, 2008, pp. 409-420. 5. ID., L’orfanotrofio femminile Santa Maria della Stella di Manfredonia, in “ Bollettino 8 del Nuovo Centro di Documentazione Storica di Manfredonia”, 2008, pp. 45-62. 6. ID., L’asilo d’infanzia Maria Vittoria duchessa d’Aosta di Manfredonia, in “Carte di Puglia”, 2012, in stampa. 7. ID., La confraternita manfredoniana di Santa Maria della Stella, in “Carte di Puglia”, n. 2, 2007, pp. 63-71. 8. ID., Le confraternite laicali di Manfredonia nel Seicento e nel Settecento, in “Bollettino 7 del Nuovo Centro di Documentazione Storica di Manfredonia”, 2005-2008, pp. 27-46. 9. ID., Le confraternite laicali di Manfredonia nel 1800 preunitario, in “Carte di Puglia”, n. 2, 2006, pp. 63-69. 10. ID., I Monti Frumentari di Manfredonia e di Monte Sant’Angelo nel XIX secolo, in C. Serricchio (a cura di), Siponto e Manfredonia nella Daunia, VII Convegno di Studi, Manfredonia 7-8 novembre 2005, Manfredonia, 2009, pp. 221-233. 11. ID., Il Sacro Monte di Pietà di Manfredonia, in “Carte di Puglia”, n. 24, 2010, pp. 64-69. 12. ID., L’Ospedale civile Orsini di Manfredonia (1678-1987), Manfredonia, 2000, pp. 19-21. 13. ID., La laicizzazione dell’assistenza ospedaliera in provincia di Foggia. Il ruolo del cardinale Orsini arcivescovo di Manfredonia, in “Carte di Puglia”, 2007, pp. 47-50. 14. ID., L’assistenza sanitaria sul Gargano. Radici e prospettive comuni, in Id. (a cura di), Medicina e Istituzioni Sanitarie in Capitanata dalla fine del ‘700 ai giorni nostri, Foggia, 2011, pp. 89-100. 15. ID., Il pellegrinaggio a Monte Sant’Angelo e le strutture di assistenza ospedaliera dal XII al XIX secolo, in Siponto e Manfredonia nella Daunia, (Atti del Convegno di studi, Manfredonia, 13.9.2003), Manfredonia, 2004, pp. 255-268. 16. ID., L’Abbazia di San Leonardo di Siponto nel XIX secolo, Manfredonia, 2004. 17. ID., “Hospitale Sancti Michaelis” di Monte Sant’Angelo”, Manfredonia, 2001, p. 83.-96. 18. ID., La sanità in Capitanata nel Decennio francese, in “Archivio Storico Pugliese”, LXII (2009), pp. 151-171. 19. ID., La sanità in Capitanata nella Restaurazione borbonica, in “Archivio Storico Pugliese”, LXIII (2010), pp. 163-187. 20. ID., La sanità in Capitanata dall’Unità al secondo conflitto mondiale, in “Archivio Storico Pugliese”, LIV (2001), pp. 181-204. 21. ID. Opere Pie e Confraternite di Manfredonia e di Monte Sant’Angelo dalla legge Crispi al fascismo, in “La Capitanata”, 2009, pp. 75-81. 22. ID. Le Opere Pie Laicali di Monte Sant’Angelo dagli inizi del XIX secolo al fascismo, Manfredonia, 2006.